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crisalide
Non sono povero, mi alleno per i tempi a venire!


Diario


25 agosto 2011

Binario (codice)

Mi rincuora il codice binario
è segreto di pulcinella
ordinato per bene.

Non più per soli eletti
partitura di sole 2 note
semplici e dissonanti,
le domande dell’esistenza 
non abbisognano di fronzoli!

1 / 0
niente di più
niente di meno.

Possono far male
diretti come sono
ma la vita non è fiaba
non serve addolcire
ma colpirne il centro

Red Max A.k.a. ©®isalide (011)


18 settembre 2010

Ombra del suono

Mi comprerò un personal Jammer 
Una isola felice e portatile di silenzio 
Buco nero mobile che inghiotte telefonia 

Terrò lontane le vite gridate ai quattro venti 
Oltre che ai cinguettanti e lustri apparecchi 

Che già la mia vita mi preme d'appresso 
E non sopporto più i dettagli, i pettegolezi le scenate della vita altrui 

Sbrodolata senza remora nel vagone sferragliante e sotterraneo 
Per un numero di fermate reso interminabile dal cicaleccio mostoso 

Calerò come ombra che irradia silenzio, come falce di morte... 
morte elettronica. 

Linee cadranno al mio passaggio e voci si ammutoliranno 
Le storie saranno troncate 
Bruscamente 
Terribilmente 
Senza remora o senso di colpa 

Ci sarà più pace 
E più silenzio nel mio vagone. 

M. Rossi A.k.a. ©®isalide 




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7 settembre 2010

Primo mattino di pioggia

Goccia e goccia,
tamburo del mattino colpito da spazzole...
leggere. 

Struscia 
come piede stanco,
appena sopra il pelo dell'acqua sporca.

Scatta,
serratura del dialogo diafano
e ancora tenta di sopprimere ciò che resta della notte
rappreso sulle ciglia.

Red Max A.k.a. ©®isalide (010)


27 marzo 2010

Track 1 - Gli esordi

Non ho mai vinto concorsi a premi, fatta eccezione per un anno lontano nella mia memoria.

Era il 1982 ed ero, con grande gioia malamente inespressa del mio dentista, un formidabile consumatore di cioccolato Crunch. In quel periodo se spedivi gli incarti all'azienda produttrice potevi partecipare all' estrazione di un Walkman della Sony.

Alla fine di quell'anno ricevetti via posta ordinaria, che non si usavano ancora i corrieri espressi, una scatola contenente il famosissimo player di cassette, che però allora chiamavamo ancora "mangiacassette", salvo poi finire per identificare tutti i lettori di quel tipo come Walkman, appunto.

In ogni caso, all'inizio di quell'anno mio padre, intuito il mio forte desiderio di avere un riproduttore di musica portatile, mi comprò una radio FM tascabile con cuffie annesse da un venditore ambulante, che in quegli anni veniva identificato con la parola generica di marocchino, poco importa se poi proveniva dal Congo o dalla Liberia o dalla Libia: la nostra ignoranza di allora li riuniva invariabilmente sotto la stessa nazione, il Marocco.

Il mio interessamento per il genere femminile ha avuto inizio parallelamente al mio interesse per la musica. Musica ascoltata rigorosamente a volume fondo scala e cuffie ben calcate sulle orecchie e in ogni momento della mia giornata.

Ascoltare musica dalla radio, era una sorta di pratica ascetica: non c'era modo di scegliere più di tanto.
Nel mio piccolo paese le radio private già celeberrime a Milano erano suoni e voci un po' ectoplasmatiche che giungevano da distanze siderali, spinte da ripetitori ancora agli esordi e che per di più avevano frequenze diverse ogni 30 km.

Così se afferravi con la rotella una frequenza più chiara delle altre con musica interessante te la tenevi stretta. Nemmeno ci sognavamo che un giorno sarebbe bastato sfiorare con il pollice una rotella per cambiare musica a piacere seguendo l'estro o lo stato d'animo del momento.

Il mio approccio con le donne, che allora, data la giovane età, chiamavamo ancora "femmine" era dello stesso tipo... più o meno.

Erano tutte misteriose, e lontane da noi o dall'idea che ci andavamo facendo dell'altra metà del cielo attraverso letture assolutamente deleterie che titolavano, sulle copertine colorate e ammiccanti, "Le ore liete" o "Caballero" o ancora "Climax".

Le femmine, così diverse dalle eroine di quelle letture proibite ma in svariate maniere accessibili, erano una scommessa con noi stessi nel sogno ad occhi aperti di spogliarle e scoprire sotto i maglioni larghi e le felpe dell' "americanino" quelle stesse gioie patinate che ci portavano a sonni turbolenti e a momenti pomeridiani dopo la scuola, chiusi nel bagno nella lotta "cinque contro uno".

Le prime cotte che ricordo di quel periodo somigliavano a quel tenersi stretta la frequenza che si sentiva meglio. Non si trattava di scegliere, o almeno non tutti potevano permetterselo, si trattava, semplicemente, di trovarne una che ti desse abbastanza corda e battergliela finché, al massimo, ella si concedeva per una "limonata" nel cortile dietro al palestra dopo l'uscita dalle lezioni.

Sempre esercizio ascetico finiva per essere.


M. Rossi A.k.a. ©®isalide


14 febbraio 2010

MUBA Bovisa: La ri-scoperta della rumenta.

Milano 14-2-010

Nel giorno di S. Valentino, Triennale Milano, Politecnico di Milano e La provincia di Milano inaugurano il MUBA; dopo tempi tutti italiani per lungaggine di realizzazione, apre questo fantomatico spazio creativo rivolto ai bambini. La prima domanda che mi pongo guardandolo è:
a quali bambini si rivolge questa scatola magica che di magico ha assai poco?

Infatti questo progetto non mi convince per niente; sarà la presenza massiccia di scarti di produzione che, mi auguro, le aziende abbiano dato in cambio di nulla dal momento che invece per le stesse smaltire gli scarti di produzione in discarica ha per certo un costo. Sarà che l'organizzatrice, il rettore del politecnico, l'università IULM e il presidente della provincia ne tessono lodi sperticate mentre io non riesco a distogliere il pensiero di che impatto possa avere la presenza di Triennale Milano sul costo al metro quadro sul territorio circostante che notoriamente non è esattamente San Babila o i Navigli o zone ugualmente "fighette" del centro.

Sarà che lo spazio non mi pare offrire niente di più di quello che mia figlia Miranda ha trovato presso il suo asilo, con la differenza che l'asilo di mia figlia non ha goduto di finanziamenti da parte della provincia; sarà che una vecchia signora in pelliccia riesumata per l'occasione butta lì una amara verità: "...bello ma penso che i bimbi in questa città hanno di certo una carenza di verde e di parchi...".

Insomma questa scatola magica non mi convince, ritorno all'immagine che da dal suo esterno, che anche all'occhio meno avezzo all'architettura, appare come un capannone rivestito di teli di plastica montati su tubi innocenti che fanno da supporto. Una maschera insomma che nasconde la bruttura di una struttura inutile nemmeno tanto grande, che prossimamente realizzerà profitti vendendo biglietti per cosa? Per dare spazio alla creatività di pargoli della medioborghesia di questa città? Per insegnare il riciclaggio ai piccoli pargoli... Già il riciclaggio. E mentre tutto attorno stanno ammassati materiali di svariato genere, al buffett vengono dati bicchieri di plastica in grande quantità, bicchieri di plastica che finiscono in cestini indifferenziati.

Certo questo spazio ha sui piccoli una notevole presa, parliamoci chiaro, il sogno di ogni bambino me compreso. Montagne di oggetti inutili per fare... niente! i piccoli infatti non hanno strumenti di sorta per assemblare, i più grandicelli nel giro di un'ora hanno disseminato nella sala perline, tessere di plastica e ceramica, tubi di carta, lastre di plexiglass colorato informi masse di scarti di fusione plastica più o meno morbidi. pezzi sparsi di giochini da sorpresa kinder, palline dorate da albero di natale, campanelle di acciaio colorato, forme varie di legno provenienti dagli scarti di lavorazione di qualche mobilificio. Un caos informe che dovrebbe essere uno spazio creativo per i bimbi. Ma siamo seri, quale creatività? Quella degli agenti di marketing! Molto bravi di certo e creativi, molto, tanto che i genitori paiono ignorare che solo oggi, giorno dell'inaugurazione, non si paga l'ingresso. Chiudono gli occhi davanti alla lampante realtà che le cose che si faranno quì dentro si trovano in migliaia di siti "art & craft" presenti nella rete, e che basterebbe loro dedicare più tempo ai loro pargoli per risparmiarsi di portarli in posti del genere. Voltano la testa di fronte al fatto che questa operazione non è niente altro che una scatola che ha aspirato fondi concessi dalla precedente amministrazione provinciale e da quella attuale.

Si ignora volutamente che gli spazi per i bambini dovrebbero essere senza distinzione di classe sociale, e che altrettanto bene potrebbero fare le parrocchie, i centri culturali e sociali di entità minore ma ugualmente capaci. Salvo che a queste realtà i fondi non si danno e gli spazi neppure.

Il MUBA infine, anche come spazio non è granchè forse 2000 metri quadri al coperto di cui un centinaio occupati dal bistrot. Nel cortile antistante vi è un fantastico Disco bar sponsorizzato da Bacardi rum tanto per non farsi mancare la movida notturna. Il resto dello spazio all'aperto non è che una distesa di ghiaione invece che verde e alberi; dove campegggia il pink pavillion.

No, non fatevi ingannare, non è più grande di un box doppio, un cubo ricoperto di cemento che ingloba vasi di piante, e di piante è coperto il tetto dello sconcio scatolone, il cubo cementificato e dipinto di rosa porta la firma di Gaetano Pesce. Lo spazio "di ricerca" come lo definiscono i rappresentanti delle tre realtà che lo hanno voluto; non potrebbe ospitare più di una ventina di ragazzini. Però ecco il segreto, se vorrete approfondire, nel sito del progetto si legge che gli spazi possono essere affittati in diverse misure, che a richiesta si potranno organizzare attività diverse, ma si badi bene il tutto ha un costo, costo di cui non ci si può fare un'idea dal sito, ovviamente.

Sono rimasto in quella realtà per due ore scarse, due ore in cui la bile mi traboccava, per gli applausi falsi scaturiti da mani curate di chi non conosce le realtà industriali e per questo si entusiasma nel guardare una massa di plastica residuo di chissà quale oggetto stampato che non ha bellezza, e non ha utilità se non quella di essere macinata e ri fusa di nuovo. la rabbia mi montava pensando che questi inutili surplus sono forse pure pagati e che per mettere mano a questa spazzatura di lusso ci saranno genitori che pagheranno biglietti salati; che i presentisi sono fatti convincere che questo obrobrio sia un bene per la città.

Mi montava lo sconforto poichè vedevo che l'unico bene lo porta, questa scatola magica, nelle tasche della gerontocrazia milanese e lombarda che ruba ogni giorno più di quanto non dia a questa nostra povera, triste e malata città. Me ne sono andato infine, arrabbiato, molto arrabbiato; lasciando mia figlia Miranda e sua mamma a giocare, del resto loro volevano appunto fare quello, giocare. Io non ci sono riuscito, non mi riusciva di giocare dentro ad una bugia.

Sarà che non ho più il cuore del bambino che fui, sarà che la politica ormai rovina tutto se uno non se ne dimentica. Sarà che, parafrasando e manipolando una canzone degli Offlaga disco pax:
I realizzatori del MUBA hanno la faccia come il culo! Sarà quel che sarà ho preso un treno e sono tornato solo e ramingo a casa pensando con nostalgia alle mie scatole di meccano e al fustino di detersivo pieno di Lego della mia lontana infanzia.

M. Rossi A.k.a. ©®isalide


17 novembre 2009

Vino e tabacco


Il vino lo coglieva al profondo, lo stomaco irradiava calde ondate dal centro, come un'aura magica. La sigaretta fumava placida all'angolo delle sue labbra colorate di rubino.
Si sarebbe potuto dirlo un vampiro, con quella goccia pendula all'altro lato della bocca, un vampiro tabagista. Che spettacolo tra il tragico e il comico... da giorni o forse da mesi la sua realtà si era contratta in pochi confusi attimi di presenza e lucidità. Non che non volesse vivere la realtà, semplicemente non la sopportava più, gli feriva l'anima passando per la pelle troppo sottile. L'ostilità del reale gli sferrava mortali jab al basso ventre; ok era un buon incassatore ma anche il migliore degli incassatori non poteva reggere tutti e quindici i round senza barcollare e cadere a terra. Stoico continuava a rialzarsi, solo per prenderne un'altro, e un altro, e un altro ancora...

Si asciugò la goccia di rubino con la punta dell'indice, con un gesto che se fosse stato fatto da una bionda ventenne sarebbe stato sensuale ma nello specchio della sua immaginazione poteva essere solo grottesco. Il suo indice non aveva niente di sensuale le unghie poco curate e anche un poco sporche accentuavano l'aspetto di mani da meccanico, eppure non trafficava con grasso e motori. Certo nell'ultimo anno si era trascurato quanto basta, i capelli gli crescevano in un cespuglio informe, ribelli anarchici su di un monte pallido e dolorante. Da quanto tempo non metteva fuori il naso? lo ignorava. Aveva smesso di contare prima i giorni e poi il sorgere del sole. Via via le notti erano diventate sempre più lunghe anche se a lui parevano durare al massimo come un buon disco; troppo breve per ascoltarlo una sola volta.

E se l'oppio dei giorni si fosse consumato fino allo smorzarsi fatale della brace?
Quella brace che già rimaneva viva con gran dispendio di energia...
E se la notte fosse calata fin dentro le sue palpebre per non levarsi mai più?
E se il caldo irradiato dal suo fegato fosse esploso in un fungo mortale come quello che devastò il giappone per due volte?

Domande che gli si paravano davanti come fastidiose mosche inopportune e sporche, le scacciava con il movimento della mano, ma senza convinzione certo che sarebbero ritornate a dargli noia mentre cercava di capire, afferrare la fulgida scintilla, la perla intravista che ora gli dannava l'anima e gli levava il sonno. Dove, PER DIO, dove si era nascosta la pagliuzza d'oro della comprensione. Dove, PER LA MISERIA! Che uno non può vederla e poi dimenticarsela, lasciare che sfugga, nei giorni che passano senza tentare di afferrarla di farla propria "ad aeternum".
E giù un'altro bicchiere. E già giorno di nuovo e nemmeno oggi l'ha scovata.

Davanti allo specchio resta fermo con lo spazzolino a mezz'asta tra il rubinetto e la bocca, occhi scrutano occhi, come se non si conoscessero come se non si appartenessero più.
Un uomo sciatto con la barba lunga lo osserva con fare interrogativo, curioso e indagatore, quasi irritante nella sua supponente intimità. Lascia lo spazzolino sul bordo del lavandino e chiude l'acqua. Se questo sconosciuto impiccione non se ne va allora se ne andrà lui.
La valigia è pronta da tempo vicino alla porta d'ingresso, è solo questione di attimi, quelli che servono a infilarsi pantaloni e scarpe, buttarsi addosso un cappoto e in testa un cappello tanto per ripararsi dalla pioggia odiosa di questa mattina.

È sufficiente il tempo di raccogliere la valiga e uscire in strada. Davanti ai suoi occhi il caos metropolitano scivola lento e chiassoso, i suoi piedi si mettono in marcia, e all'orizzonte le sue spalle si rimpiccioliscono sempre di più, sempre di più.


M. Rossi A.k.a. ©®isalide


2 settembre 2009

Ideale




In principio era L'energia.
Durante era l'entusiasmo.
Poi divenne l'abitudine...
e sul finire la resa.




M. Rossi A.k.a. ©®isalide




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27 agosto 2009

La tempesta @ Magnolia idroscalo Milano

a Ramino:

"Le grandi amicizie tra uomini e donne
iniziano con una mano sul culo
e poi proseguono con stima"

Vinicio Capossela - In clandestinità 





La tempesta è ancora lontana nel cielo non cielo, la scorgo sfrecciando sulla tangenziale est.
Al Magnolia, o meglio nei suoi dintorni, gli omini verdi della polizia municipale si stanno assicurando la tredicesima spulciando tutti i carrocci parcheggiati alla cazzo e i cingalesi vendono biglietti per il parcheggio che in dieci minuti lievitano da tre a quattro euro. All'ingresso la fila scorre veloce cadenzata dalla cascata dei pezzi da dieci nella cassetta verde smeraldo, in cambio il biglietto, il sorriso delle bigliettaie e il timbro a forma di teschio dei pirati. Sono dentro.
Gente... molta, odore di bosco metropolitano, ascelle più o meno lavate, fiato alla birra e ventate sporadiche di hashish, vocio diffuso a fare da tappeto costante alle performance degli artisti che si esibiscono nel palco esterno.

Ramino al bancone del bar interno, fiero nella sua abbronzata giovinezza ha già una media alla mano e due amiche ai suoi lati, mi calo il cappello in segno di saluto a tutti e tre e abbraccio Ramino. Mi presenta. "Max Sara, Max Silvia..." è un po' meno radioso del solito, un perché ci sarà... anzi c'è ma non fa parte di questa storia.

Per l'ennesima volta sono tra i più vecchi del locale, cerco subito una birra tanto per tamponare la sensazione, ormai troppo spesso provata. Attorno mi accerchiano numerosi studenti fuori sede ostentanti il peggio degli anni ottanta da cui non si può uscire vivi... vero Emanuel?!
Per riflesso o per rifiuto tento di essere dignitoso nei miei jeans senza importanza, la mia anonima camicia grigia e il mio borsalino (falso) di carta intrecciata.

Berciano e bevono masticando chewing gum i ragazzotti; è presto e i loro motori non sono ancora a regime per la conversazione informale rilassata, gli ci vorranno ancora diversi drink e poi svaccheranno di certo. Tentano l'approccio con l'altro sesso, spesso distante e freddo, con scarso successo del resto anche l'altro sesso sta ancora carburando.

Molteni dal palcoscenico saluta con velenosa ironia il pubblico di merda del milanese, continua per la sua scaletta però da professionista quale è e nessuno si accorge che ci ha dato delle merde, salvo le prime file in adorazione e pendenti dalle sue parole e dai suoi semplici accordi.

Noi siamo nelle retrovie. Ramino è sparito in una fiammata di pierraggio amicale, ah! lusso della gioventù... rimango solo ad intrattenere la sua amica Sara al meglio delle mie possibilità.
L'attacco della conversazione non è facile ne tanto meno originale ma tengo duro. L'altra, Silvia, è sparita e di lei rimangono solo la mezza birra e la borsa di pelle bianca sul bidone/tavolino che presidiamo. La mia, di birra, è finita e il mio repertorio di chiacchiericcio è agli sgoccioli così taccio e ascolto, o almeno ci provo, cercando di cogliere i testi del a - me - sconosciuto Molteni.

Per passatempo osservo la fauna circostante e vociante. Grossi manzi prodotti da palestra e integratori, con bicipiti grandi quanto le mie cosce e interessati solo al loro gin lemon e alla figa potenzialmente disponibile. Con tutta probabilità torneranno poi a casa, così come sono venuti e forse verranno nella tazza del cesso, in solitudine e silenzio per non turbare il sonno della mamma iniziato solo dopo aver sentito la porta di casa chiudersi. Ragazzi senza ombra di barba in canottiera e occhiali fumè tenuti sul naso per mero vanto o solo a nascondere le pupille straziate da mdma o altra roba meno raffinata. Sono scortati da femmine pure più giovani di loro. Fredde principesse dei ghiacci, schiave di Vogue o altre simili riviste da lobotomia frontale.
Il resto è popolazione varia, tutti nella smunta imitazione di stili che ho già visto nel mio passato. Punk, metal, dark, rasta  o semplicemente anonimi come me.

Nella distrazione generale il palco cambia. Si tolgono fili e strumenti e amplificatori, si attrezza solo per due. Stanno per arrivare "le luci della centrale elettrica". La ghenga di Ramino si sposta a ridosso del fronte sonoro con me al traino, tre quattro pezzi si susseguono sufficienti a farmi desiderare di aver visto di più e ascoltato meglio, ma il pessimo missaggio e l'eco della platea in vena di partecipazione mi hanno giocato contro. La tempesta intanto è arrivata, avanguardie piccole e rade si sono abbattute su di noi e ad esibizione finita comincia a raggiungerci il gocciolio pesante. È alla fine un sollievo più che un dispiacere, l'aria attorno ancora pesa del fiato di troppe persone. "Le luci" se ne vanno scusandosi per la brevità della performance per tutta risposta sparuti fischi si alzano dal pubblico, potrebbe sembrare una minuscola woodstock ma la partecipazione è assai minore.

Il palco sta cambiando di nuovo mentre io ordino la seconda media della serata ad un barista barbuto calvo e tatuato che mi prende in simpatia forse perché, in tutto il tempo da cui ho ordinato a cui mi ha servito, sono stato l'unico ad usare la parola grazie. Quando mi porge il bicchiere stracolmo rispondo al moto di simpatia e carico la dose "grazie infinite" dico prima di levarmi dai piedi, lui corrisponde con una strizzatina d'occhio e torna alle spine della bionda e alla clientela scortese.

La serata comincia ad essere poco interessante nelle esibizioni, sul palco interno c'è una band pseudo metal alternativa il cui cantante potrebbe tranquillamente sembrare vittima di uno squartamento. Nel palco esterno un'altra band si esibisce nascondendo il viso sotto a passamontagna neri. Potrebbero essere i "prozac +" ma non mi interessa di approfondire. Con tutto il rispetto sono passati anche loro senza troppo clamore. Rimane lo spazio per raccontare e sentir raccontare. Ramino ed io consumiamo lentamente un'altra birra e mezza condite di parole, Sara partecipa a volte ma pare stanca e l'unico motivo per cui è ancora lì, come noi del resto, è che ora la tempesta è al suo culmine. Prendiamo tempo in un capogiro diluente, Frazione di attimi poi tutto torna come prima, mi infilo un'altra lukie tra le labbra e valuto se posso arrivare alla mia vettura senza riempire le mie scarpe di acqua... pare non voler smettere.

Alla una e venti di questa notte ormai persa cogliamo l'occasione; strappiamo uno dei poster dell'evento per farcene riparo, dura meno della metà del percorso fino alle macchine e la tempesta recuperato un po di vigore ci inzuppa a sufficienza. Al parcheggio saluto chi ho conosciuto per così poco e abbraccio Ramino. L'accordo è di rivederci magari un sabato sera per andare a ingrottarci al Pentesilea per vedere Caarlo Cinasky. In macchina mentre lascio il parcheggio il mal di testa incomincia il suo assedio. Sono fradicio è ho l'urgenza di una imponente minzione.

Accosto, fermo, scendo e faccio. Ripiglio la macchina e riparto, direzione casa, letto, sonno...
ricapitolo la serata nel breve tratto di tangenziale del ritorno e alla fine sono contento di aver abbracciato l'amico che in tutto mi è mancato.


M. Rossi A.k.a. ©®isalide


25 febbraio 2009

Priorità + Bonus Track

Siamo in crisi economica è ormai una certezza.

E come si sta facendo dappertutto nel mondo anche da noi si stila un’agenda di priorità, azioni da intraprendere e lavori da iniziare, qualcosa che dia impulso al paese e alla sua economia. Per far ciò gli stati spesso ricorrono alle grandi opere, è buffo vedere le priorità in ambito di tali grandi opere qui nel “bel paese”.

Tra 20 anni accenderemo la prima centrale per produrre internamente energia

ma tra meno di un anno partirà il caro vecchio e bistrattato ponte sullo stretto







Max R. A.k.a. ©®isalide





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23 gennaio 2009

Partenze vagoni e passaporti... se doveste andarvene di fretta?

E succede che mi sono svegliato male stamattina. Alzato dal letto troppo fresco, troppo presente, vestito in fretta come sempre. Arrivato alla metropolitana non mi sono nemmeno sforzato di cercarmi un posto a sedere per la pennica fino alla mia fermata. In piedi in un vagone di gente assonnata in un aria che puzzava di chiuso e alito pesante. Tutto il tragitto in piedi, senza leggere niente con i Radiohead che mi rovistavano nelle orecchie dagli auricolari. Turbato da una sensazione di qualcosa fuori posto, qualcosa di sbagliato, di fortemente anomalo. Sono dovuto arrivare fino al bar davanti al posto di lavoro per capire che questa sensazione non era campata in aria. Il lattaio che consegna al bar suddetto Impegnato nel racconto di come lui stesso abbia buttato inavvertitamente il suo portafoglio con tanto di assegni a pagamento delle consegne nella pressa dei rifiuti, insomma questo mostro di attenzione conclude il suo racconto, tanto per non sembrare del tutto idiota, con un accenno di cronaca ai baristi. “Oh! Avete visto che bordello che han fatto i leoncavallini?”.

Eccola l'anomalia avvertita! Ecco il disturbo sotterraneo del mio animo. Lo sgombero del centro sociale Conchetta 18, seppure passato sotto tono solo da qualche Blog e da Radio Popolare, ieri appena successo il fatto, anzi mentre il fatto andava accadendo. Oggi, un giorno dopo, è diventato un tentato golpe, agli occhi del cittadino medio. La gente, informata in maniera discutibile dai soliti sospetti, oggi si scaglia contro un fatto assolutamente ingigantito nella maniera sbagliata, con lo stesso piacere con cui si butta via un pannolino sporco. Con la piacevole sensazione di essersi finalmente liberati di qualcosa di disgustoso, inutile e fastidioso. Non è una novità in questa Milano fiera di aver preso la medaglia dell'Expò. Era successo lo stesso per il leoncavallo, per il barattolo, per la stecca. Il Conchetta è solo l'ennesimo capitolo. In un momento in cui, l'ipotesi Calamandrei pare sempre di più un fatto certo e sempre meno un'ipotesi, con le scuole pubbliche che arrancano in una mancanza di fondi indicibile, e quelle private ottengono regalie ingiustificate. In un periodo n cui la sinistra non è più ed il centro pare stare all'ombra a tirare fili. Il centro destra si gongola nel mettere in pratica tutte quelle “correzioni” che ha sempre e solo sfiorato con il pensiero. Liberarsi dei tumori comunisti sparsi per la città per riprendersi gli spazi e realizzarne profitti. Profitti di due tipi: il primo economico perché man mano che l'Expò si avvicina i prezzi del metro quadro nella Milano entro la circonvallazione salgono a dispetto della stagnazione. Il secondo, il profitto politico, meno centri sociali, meno focolai di idee rivoluzionarie o comunque diverse da quelle dell' Establishment. che ci vuole o ci vorrebbe tutti indifferenti e videodipendenti dai suoi programmi dogma strutturati per farci avere un livello bassissimo di consapevolezza di poter decidere alcun ché della Res Pubblica.

Il sistema rende, e bene. L'affondamento della scuola pubblica lo ha già dimostrato. E quindi i nostri illuminati manager e politici continuano su questa linea.
Quindi incomincio a domandarmi a quando le leggi sul divieto di radunarsi in più di tre persone in un luogo pubblico dopo il coprifuoco?
Quando, questo centro destra metterà al bando anche le SUE frange estreme che covano anomale idee socialiste pericolosissime?
Quando l'unica forma di centri di aggregazione saranno i centri della gioventù azzurra e imprenditrice?
Nel mio pessimismo astrale, questo stato di cose ha da venire prima di quanto non sembri (o forse è già venuto), per questo stamane ho pensato che presto dovrò preparare i passaporti e pensare a cosa porterei con me se me ne dovessi andarmene veramente di fretta.



Max R. A.k.a. ©®isalide


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